Cafonauti e il mare d’estate.

Nessuna discriminazione sia chiaro. In giro per il mondo ognuno è libero di fare ciò che vuole di se stesso, dei propri amici e di ciò che possiede. Che si abbia quindi una barca a vela o a motore (noleggio o proprietà), è il cervello che fa la differenza. Parlo di quella massa piccola e grigia che risiede nella scatola cranica di molti personaggi che conducono ste cose che galleggiano, soprattutto nel periodo estivo.

Certo, una condizione fisiologica grave quella di un cervello piccolo …che potremmo definire disgrazia ma la maleducazione beh.. quella è una scelta …e il mare purtroppo nel periodo estivo, viene invaso da ogni residuo di natura umana di questo genere, assieme a quella dannata plastica di cui il nostro mare è pieno.

Prologo

Molli gli ormeggi… se qualcuno non ha ingarbugliato la bitta con le sue cime (che il cafonauta probabilmente chiamerà corde). Lentamente ti allontani sfilando silenziosamente tra le barche ancora fissate al pontile, cercando di rispettare chi ancora riposa. Punti la prua della tua barca e il tuo bisogno di libertà verso i colori di un alba ormai alta, al di là del frangiflutti.

Il mare calmo del porto lentamente rinvigorisce mano a mano che esci, pennellando lo scafo con spruzzi di spuma bianca sempre più vistosa, assieme al battito di un cuore che vibra dentro di chi ama questa sensazione, ogni volta che decidi di prendere il largo. Emozioni sane, vere, che si alimentano mentre ci si allontana da quel faro verniciato di rosso posto all’imboccatura del porto, punto di riferimento di chi nella notte ha cercato di orientarsi.

Queste sono sensazioni che amo tutelare, nel rispetto per chi come me ama le stesse cose ed ovviamente per la natura, gentile padrona di casa ben disposta ad accoglierci ogni volta che decidiamo di farne parte. Ma non tutti evidentemente la vedono allo stesso modo.

Cominciamo quindi dal cartello posto all’ingresso del porto, quello che indica una velocità massima da rispettare.

Il cafonauta si sente autorizzato da una assoluta mancanza di buon senso, a non cagarselo nemmeno di striscio. I cavalli del suo motore hanno il sopravvento, un insano meccanismo che scatta chissà dove nella scatola cranica di cui sopra, a controbilanciare quel vuoto esistenziale di una vita vissuta al di sopra delle parti o molto più probabilmente al di sotto delle sue reali capacità.

Se sei in attesa dunque, lui deve passare avanti. Se stai facendo manovra non può aspettare, perché tanto è più veloce di te. Se stai uscendo o entrando sente il bisogno irrefrenabile di sfrecciarti accanto e quando gli spazi sono stretti… eh, lui ne approfitta per piazzarsi nel mezzo, facendo capire così chi c’è l’ha più grosso. E questa è una prerogativa di molti, sia che abbiano una barca a vela o a motore.

Luoghi comuni ahimè diffusi anche in città, in coda, ai semafori, nei parcheggi. Il cafonauta è dappertutto, è la gramigna che deturpa ogni luogo.

Ma chi se ne frega di quando sei in città, adesso sei finalmente in mare, lontano da tutto e tutti, lontano da quei pesi inutili che ammorbano il tuo sonno quando sei lontano dal mare, verso quel senso di libertà che solo il vento riesce a donarti. Lo stesso vento che ti concede l’entusiasmo di gonfiare le vele, se hai una vela. Un giro di chiave …ed ecco fatto: il silenzio. …Sì, parlo dei velisti 😛

Non vedevi l’ora. E’ arrivato finalmente il momento di dare tempo al tempo. E lo rispetti, con calma, scorrendo con lo sguardo ciò di cui normalmente non ti accorgi quando sei sempre di corsa. Uno sguardo ai filetti, uno alla bussola, poi all’orizzonte, verso lo sguardo ammiccante di chi è lì con te, poi ancora ad una vecchia casa diroccata sulla costa (anche la solita chissenefrega), ai colori della terra, al verde che la circonda, al blu del mare e all’azzurro del cielo.

Ma dura poco. Il cafonauta arriva anche qui. Entra irriverente nel tuo bisogno di pace, nella traccia della rotta disegnata lentamente sul tuo Navionics, incalzando violentemente con i suoi giganodi di velocità (troppo vicino), alzando onde innaturali tendenti a tsunami, con presunzione, senza rispettare le differenze di prospettive tanto meno le precedenze. Lui dichiara il suo possesso, il rapporto che ha con il tuo elemento naturale e che evidentemente non gli appartiene ma che sfrutta a suo piacimento. L’arroganza prevarica il buon senso.

Lui ha fretta, deve far sussultare i suoi ospiti. Ha i cavalli che tu non hai… accelera, non può aspettare il momento giusto per dare gas, quando non c’è una vela accanto a lui.. ad esempio.

Lui corre, sempre, sulla cresta dell’onda e pesantemente agisce sul trim ma anche sui tuoi maroni, sbriciolati con violenza assieme al momento di pace che ti stavi godendo, obbligandoti a schivare i cavalloni tirati su con forza e che tenti di surfare, sbattendo a destra e sinistra perché ovviamente la velocità è diversa. Mascone o no, te la devi gestire.

Il cafonauta non riesce a vedere questo. Non vede le stesse cose che vedi tu, che vai a vela…. Non gli interessa, lui va. La velocità inebria la sua intricata attività neuronale, facendola crescere tra le sue vaghe ambizioni. Ma quali sono?

Tutto poi ovviamente passa. Frullati dal suo celodurismo, finalmente arrivi alla rada dove decidi di ormeggiare per un bagno, aspettando l’aperitivo al tramonto, nel luogo ideale che decidi possa essere giusto per passarci la notte.

Valuti attentamente le condizioni fino al giorno dopo, le distanze dagli altri, gli spostamenti che inevitabilmente i giri di vento e le correnti possono causare. Il tuo punto di riferimento è ormai fissato. La scaletta va in acqua, gli amici sono a mollo, il tendalino è alzato per fare ombra su un piatto di prosciutto e melone (ricco di proteine, vitamine e di api). Birre fresche a portata di mano, musica di sottofondo e via. What else?

Arriva il cafonauta. No rules.

Lui è sempre migliore, il protagonista di uno di quei video che poi trovi online spulciando i profili di Facebook. Quello che affonda, che si ribalta in un onda, che brucia il motore o si schianta sugli scogli. Vabbè non sono tutti così ma le cronache poi riportano i tristi fatti. Nonostante questo lui arriva in rada tronfio, sfoggiando il suo ego e le fighe bionde di bianco vestite che di solito sono fisse a prua. E’ un format.

Ovviamente fila l’ancora dove non deve (lungo la linea della tua catena) finendo dunque in fianco alla tua barca, facendo finta di sapere cosa sta facendo, anche un po’ con aria di sfida, come dire: “…zzo guardi”. Se gli fai notare …non la sua manovra ma la voglia di difendere la tua incolumità si stizzisce. Sei tu il coglione che potevi scegliere un altro posto. Lui ha diritto di restare lì, mentre tu hai il dovere di sopportare, in attesa di poterlo liberamente sfanculare però non appena sarà alla distanza giusta dalla tua barca per ripetergli quanto è ignorante.

Ma cala la sera e per fortuna anche il vento, per cui tutto sembra sotto controllo. Devi fare i conti con la tua voglia di sicurezza (inutile ed esagerata per lui) ma anche un po’ (diciamocelo) con il tuo sano snobismo di chi sa ciò che fa. O almeno si spera 😉

Epilogo

Dopo cena abbassi la musica e con essa il tono della voce. Ti lasci cullare dal bisbiglìo dei tuoi racconti e dal dondolìo della luce in pozzetto, mossa un po’ dal vento e un po’ dal mare, vivo come te, che condividi la stessa emozione con i tuoi compagni di viaggio.

Per il cafonauta invece è il momento più bello, quello in cui gli schiamazzi e il volume devono assolutamente essere al pari della potenza motore dichiarata durante il giorno o dell’esuberanza che li distingue dagli altri. Pari alla velocità massima registrata sul LOG (condivisa in un selfie) e quindi al loro essere insistentemente cagacazzo ad ogni costo, anche oltre la tua disponibilità ad accettare quel po’ di sano entusiasmo. E chi non lo ha mai fatto? E il generatore dell’aria condizionata: lo farà andare tutta la notte?

Quindi sale il vento, piano piano. Sempre più teso… con discrezione, quasi irrilevante (per chi non se ne accorge). Ma non è così, perché le previsioni lo avevano annunciato. E’ una brezza da terra rinforzata però da quel vento di caduta che arriva al di là della montagna. Ma che cazzo ne sanno quelli del catabatico?

Tu quindi vai a letto con un occhio chiuso e l’altro aperto. Le luci si spengono e le voci di sottofondo spariscono, anche le loro finalmente. Il silenzio adesso è condiviso. Sono ormai le due del mattino. Non è tardi, perché in barca non c’è un momento giusto per dire che lo sia. Ogni momento può essere compromesso dalle previsioni… se le condizioni non sono le più tranquille.

Rimane quindi solo il sìbilo del vento che si insinua nel boma molto cazzato delle barche a vela e quello che tira dritto tra le drizze che sbattono sull’albero. Le barche brandeggiano in silenzio. E anche tu ti lasci finalmente andare a questo gioco.

La posidonia aggrappata saldamente al fondo però, rifiuta l’ancora di qualcuno che in quel silenzio irrompe violento con un grido di aiuto. Un sussulto che fa velocemente il giro della baia, rimbalzando sugli scogli, tra le sartie di chi è saldamente fisso sul posto in cui ha dato ancora e fin là, dentro al pozzetto silenzioso delle altre barche a vela, e poi giù nella mia dinette e quindi fino alle orecchie di chi come me lentamente perde il sonno. C’è qualcuno che ha problemi.

Ti alzi con la torcia a portata di mano. Esci e controlli. Prima un colpo d’occhio alla tua ancora, poi assottigliando il fascio di luce cerchi nel buio, sperando di trovare l’origine di quel lamento. Ed eccolo. E’ lui… Il cafonauta. Sta andando alla deriva e pericolosamente verso gli scogli. Può capitare a tutti logicamente… ma guarda caso il destino ha voluto fosse proprio lui.

Il diportista serio, (che abbia vela o motore, insomma non il cafonauta) in questo caso fa la differenza, al di là del tipo di guscio abbia messo a mollo. E’ pronto a saltare sul tender e a prestare aiuto, senza pensare a quanto stupido possa essere stato l’atteggiamento di quella manica di rinconauti poco cauti, arroganti e fastidiosi.

Quindi tu che ti reputi un bravo diportista (cioè uno che va per mare rispettandolo assieme a chi come te lo naviga) fai il tuo dovere ed entri in scena, mentre lentamente alle luci di fonda delle altre barche si aggiungono i fanali portatili dei guardoni. Quelli che commentano cosa andrebbe fatto… con il culo all’asciutto però. Qualcun altro invece viene in aiuto.

Questo è il vero momento che fa la differenza tra diportista e cafonauta, senza sema. Tra chi rispetta la natura e chi con te ne vuole beneficiare, al contrario di chi invece se ne approfitta senza pensare ad altro. Tra chi ha lo spirito nobile e chi pensa sempre e solo ai fattacci propri. Tra chi vuole essere parte attiva di questo microcosmo e chi vuole solo invaderlo. Tra chi con il buon senso è responsabile di se stesso e degli altri, a differenza invece di chi il buon senso lo trova solo nel conta giri del motore o nel numero di piedi della propria barca.

Scene di vita vissuta, credetemi. Storie da raccontare logicamente sorridendo.. ma nemmeno poi troppo. Tutto normale comunque… c’est la vie.

In conclusione

Ho spinto volutamente un po’ oltre la scena raccontata anche se poi non così oltre, solo per sottolineare la necessità di un atteggiamento più attento quando si è in mare (e non solo). Quel qualcosa che fa rima con rispetto ed educazione, per se stessi, per chi ci circonda e anche per la natura, in un mondo che dovremmo rispettare e in cui tutti conviviamo. E’ sempre lo stesso dannazione, quello che tutti conosciamo da tempo ma di cui nessuno sembra prendersi cura… anche ad agosto mannaggialaputtana… quando siamo tutti per mare. Nel momento che chi non ha poi tanta fortuna, può solo concedersi.

In fondo piace a tutti andare per mare. Cerchiamo solo di convivere con rispetto. E se vai per mare… saidisale 😉 sì anche tu caro cafonauta, perché chi rispetta poi riceve.. o almeno, così si dice. Chissà se questa storia poi è così vera. Bah, che dite?

Ci vediamo anche su Facebook.

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