Marocco: differenza, diffidenza e il significato di fortuna. Viaggiando si impara

Cos’è la fortuna? Forse una vincita, un’eredità inattesa, incrociare al bar il tuo attore preferito? Oppure la botta di culo che ti cambia la vita o che te la salva, da qualcuno o qualcosa. Magari essere in buona salute, avere una buona amica o amico, una bella famiglia, una bella casa, un posto di lavoro che ti appaghi. Essere fighi, alti e intelligenti? Oppure avere un piatto caldo da mangiare, dei vestiti da indossare o un motivo per sorridere ogni giorno, qualcuno da amare e che ti ami a prescindere? Ognuno in fondo ha i propri punti di vista e di conseguenza delle priorità. Ma cos’è davvero la fortuna?

Ho provato più volte a pensare al concetto di fortuna nella mia vita, ovviamente quando era la sfiga a farla da padrone o comunque in quei momenti che.. “ekkekkaxxo mai na gioia”. Quando cerchi di pensare al peggio per stare meglio, quando fai di tutto per trovare l’effetto placebo che giustifichi un’esistenza che pensiamo di non meritare. Un tam tam di vorrei ma non posso o magari di non posso perché non voglio.

La fortuna credo sia anche nascere nel posto giusto al momento giusto. Quello Sliding doors dal quale non si può poi più scappare, che determina l’intera esistenza o comunque parte di essa, in relazione a quante “botte di culo” poi la nostra vita ci concederà di vivere.

Lasciando da parte dunque l’estrazione sociale che livella indistintamente ogni territorialità, seguendo questa teoria, nascere a Londra offrirà dunque delle opportunità, a Bali o Stoccolma delle altre, a Timbuktu o Marrakech altre ancora e a New Delhi.. ça va sans dire.

Pensate se la Ferragni fosse nata in un paesino dell’Aspromonte anziché a Cremona, Lapo Elkan da una famiglia di pescatori thai, se Mark Zuckerberg in Etiopia negli anni ’30 o se Tesla fosse nato a Barumini in Sardegna e anziché trasferirsi negli Stati Uniti dalla Croazia, fosse stato obbligato a fare il pastore.

Certo, voi direte “evabbè stikaxxi …e quindi”? Quindi la fortuna è anche il luogo, l’ambiente ed il momento in cui nasci. I genitori che ti trovi, il quartiere in cui cresci e le palle che ti ritrovi quando decidi di tentare di cambiare comunque le carte del gioco.

Attimi che offrano un’opportunità a tutti, quella dannata congiunzione sufficientemente allineata che non ci faccia incorrere nel rischio di nascere nel posto giusto ma al momento sbagliato, nel 1954 a Cape Canaveral, senza però mai mettere piede sulla luna 15 anni dopo perché i tuoi genitori non lavorano alla NASA ma soprattutto, perchè nonostante le tue capacità sei nato nero durante la segregazione razziale.

Ok, tripudio all’ovvietà è vero, ma se in viaggio ti muovi con un cambio favorevole in tasca, vuol dire che arrivi da un posto più avvantaggiato, o no? Anche se poi il vantaggio lo dà la capacità di sapersi adattare al modo di vivere del luogo che ti ospita.

Estremi di una stessa vita che decide però senza arbitrarietà e che si può toccare con mano ovunque, anche rimanendo entro i propri confini, senza andare troppo lontano, dove la condizione di disagio è presente ma non evidentemente così diffusa come in certe altre zone del nostro mondo.

A “casa nostra”, dove è più facile ghettizzare perché per assurdo il lifestyle è considerato “più evoluto”, in cui è comunque più facile raccogliere opportunità messe a disposizione dai mezzi di comunicazione che seppur politicizzati, non impediscono di trovarle, come invece avviene ad esempio in luoghi in cui c’è regime o religione totalitaristi. In cui l’ignoranza forse è l’unico modo per uscirne vivo… se tutto fila liscio.

Marocco_saidisale

E che c’azzecca il Marocco?

L’origine della parola Marocco è Marrakech, che deriva dal più antico berbero Mur_Akush e significa “terra di Dio”. Una terra che fonda le sue origini nella preistoria, colonizzata poi nei secoli dai Fenici, Cartaginesi, Romani, Bizantini e condita oggi da una contrastante cultura ispanico/francese, contrapposta all’islamismo entrato “prepotentemente” anche qui, negli usi e costumi (nonostante le buone intenzioni delle origini, prima cioè della politicizzazione e degli interessi commerciali), obbligandoli quindi a parlare e pensare arabo, a discapito di quella più antica tradizione berbera che però per fortuna, negli ultimi anni sta tornando timidamente come lingua da studiare nelle scuole. Terra di quale Dio dunque?

Attraversando in lungo e in largo le città, i villaggi e le usanze di questa società fatta di pseudo modernità in contrapposizione all’evidente siccità e ascoltando le storie raccontate dalle guide che ci hanno accompagnato alla scoperta di questa terra rossa, verde e nera, non viene da pensare alla fortuna bensì alle tradizioni, alla cultura, alla storia. E noi , il frutto di quel turismo che li ha strappati forse alle loro tradizioni.

Probabilmente è solo un punto di vista distorto, quello di un occidentale appunto, nato e cresciuto banalmente in un altro modo.. ed evidentemente in un altro mondo. Ma certi personaggi che hanno caratterizzato il nostro viaggio, fossero nati da qualche altra parte, avrebbero potuto… boh, non so…. ma qual è poi quell’altra parte? Quella giusta. Ognuno in fondo è frutto della propria terra.

Forse non è questa diversità di latitudini il modo migliore di definire il vero concetto di fortuna. In fondo abitiamo tutti allo stesso modo questo pezzo di universo. Eppure siamo così lontani, così diversi. Forse siamo noi occidentali gli sfortunati che non capiamo o non sappiamo… che crediamo con un pizzico di arroganza che ad altri manchi quel qualcosa.

Forse è proprio questa apparente “mancanza” la vera fortuna? O forse sta mancando a noi il legame che c’è tra origini e virtù che invece altre popolazioni hanno, che tutelano, quel qualcosa che agli occhi distratti sfugge e che ha invece chi cerca di rimanere aggrappato alla vita con i mezzi messi lui a disposizione dalla natura, dalla propria cultura e non dalla cosiddetta evoluzione? Forse è questa la vera fortuna? Quella che i buddisti chiamano consapevolezza? Bah, chissà…

Sta di fatto che gli occhi nero pece dei bambini di 2 anni sporchi e claudicanti, a spasso nelle kasbah secolari solidamente aggrappate alle loro radici fatte di terra e storia, nel mezzo di un nulla secco e polveroso, tutti indistintamente avevano la stessa felicità che si legge negli occhi di qualunque altro bambino della stessa età nato in Burkina Faso, Sud Africa, Tunisia, Canada, Germania, Italia, Svezia o Georgia.

Ecco, è da qui che assume forse un significato diverso la parola fortuna. Cosa diavolo succede dopo quello sguardo, nella vita, quando non dipende più solo da un gemito ma dal luogo che ti ospita, che ti fa crescere, che ti insegna…?

E’ da chiamare dunque fortuna questa? Non è forse un’agevolazione nascere nella city di Londra piuttosto che a Meknès o Tafilalet in Marocco.. dove invece sono lontani tra loro ma anche da tutte le nostre tipiche “lontananze occidentali”?

Forse la vera fortuna è proprio questa grande lontananza di culture e la diversità, il vero stimolo che fa evolvere sempre e comunque il nostro malaticcio genere umano.

Saidisale… è un modo per ricordare il sapore che ha la pelle dopo un tuffo in mare, il profumo della pelle di un colore diverso, la nostra essenza, il nostro essere quel che siamo… che ci rende unici, gli uni dagli altri. Ed è probabilmente questa la nostra grande fortuna da tutelare: la differenza.

Difendiamola dunque dalla diffidenza. Perché se ami la vita.. saidisale.

 

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