Ogni età ha il suo tempo.

Al bar del marina, quello sotto il locale dove la sera si tira tardi, ci sono spesso i tre tipi che raccontano al mondo tutto il loro essere ciò che sono. Meglio dire, ciò che rappresentano per i locals e le turiste.

Basta guardarli: alla moda, sicuri di sè, un po’ disruptive per certi versi, sorridenti, sicuri e altezzosi. Un paio hanno massimo 27 o 28 anni. Quelli che una donna si girerebbe sicuramente a guardare. Alti, un po’ come dire, “crudi”, effettivamente ben messi. Occhi scuri, fisicati. Uno dei due è Fabrizio ma lo chiamano tutti Kit.

Ha capelli lunghi tirati indietro, con un accenno di pizzetto a punta e dei baffi stile Kit Karson, il personaggio dei fumetti western, motivo per cui è soprannominato così. Un po’ vecchio stile in effetti ma che dire, se lo può permettere.

Il terzo è più riservato, elegante. A Milano si direbbe più “pettinato”. E’ sulla quarantina, anche lui alto e ben messo. Sarà forse per quel brizzolato che lo fa sembrare più maturo ma non li dimostra per niente. Gliene dai poco più di 30. Occhi chiari, contornati da una montatura scura D&G con un po’ di barba leggermente incolta, a compensare il colpo d’occhio delle rughette ai due lati del naso… che gli sgamano l’età.

Beh, sono i padroni del locale dove la sera si fa casino. Sono brillanti, divertenti, sempre sorridenti, i tipi per i quali diresti: “…ma che problemi c’hanno…?”

Un giorno entro nel solito bar. E’ il venerdì di uno dei weekend che passo in barca per sistemare le mie cose ma ne vedo solo due, manca proprio Kit, quello con il pizzo. C’è un’atmosfera inconsueta. La gente che di solito fa gruppo per sparare le solite cazzate non si avvicina, rimane in disparte. Sono tutti al bancone a parlare d’altro. Ogni tanto escono battute un po’ forzate, unite a risate un po’ di circostanza. Bruno, il quarantenne, lo sento polemizzare sul comportamento delle persone. Parla in generale ma non si esprime nel particolare.

Ad un certo punto entra Kit. Bruno lo vede. Si alza e và verso di lui. Lo prende per un braccio e lo tira letteralmente fuori dal locale. Deve essere successo qualcosa, perchè stanno discutendo animatamente. Muoio dalla curiosità di capire che succede e dunque li seguo fin dietro la porta trascinando con me la curiosità di tutti. Apro ed esco a fumare una sigaretta.

“Che cazzo ci facevi sotto casa mia ieri sera alle otto” dice Bruno.
“Stavo aspettando un amico” risponde Kit.
“Un amico? Si chiama Eleonora per caso questo amico?”
“Alt alt Bruno, non è successo niente.. se è questo quello che pensi…”
Scoppia il finimondo.

Bruno sferra un calcio nel culo a Kit e si prepara a tirargli un pugno in faccia quando arriva anche Luca, il terzo, che gli afferra il braccio e lo blocca. La gente per strada e nel locale assiste, commenta sottovoce, distaccata, lontana dal dolore che Bruno evidentemente sta provando ma abbastanza vicina per non farsi i cazzi propri. Il gossip si alimenta e le chat si scaldano. Stanno litigando davanti a tutti. Proprio questi tre, che da ste parti sono più famosi di Justin Bieber.

“Ma perchè te la prendi con me Bruno. Mi ha chiesto lei di passarla a prendere per accompagnarla da Monica” dice Kit nel tentativo di calmare le acque.
“Ma dai…” incalza Bruno puntandogli la fronte sulla sua trattenuto dalle braccia di Luca. “Io ti faccio male… pezzo di merda”.
“Calmati, ti giuro che non è successo niente, ti vuoi calmare?” risponde Kit cercando di sistemare le cose.
“Non è successo niente sì, fino a quando non sei arrivato però a casa tua stronzo, altro che da Monica”
“Cazzo dici? Ci hai seguiti?” risponde stizzito Kit.
“Certo che vi ho seguiti coglione, perchè di te non mi sono mai fidato”.
A questa frase mi è crollato il mito. Sembravano così affiatati, amici inseparabili da sempre, compagnoni nel lavoro e nella vita, esempio per tanti in paese, dove sono cresciuti tutti.
“Quella puttana, le rovino la vita… e con te facciamo i conti, preparati che questa volta non te la perdono, giuro”.
Bruno evidentemente scosso… diciamo incazzato proprio, sale in macchina e sgommando sparisce dietro l’angolo.

Gli altri due rimangono lì, fermi, sotto il “fuoco nemico” delle comari, pronti a divulgare ogni dettaglio dell’accaduto tra le vie del quartiere e ben oltre. Dal panettiere al macellaio, dalle poltrone di ogni parrucchiere all’ufficio del marina e fino in palestra, quella che c’è dall’altra parte, oltre i giardini. Ormai sembra chiaro che Bruno non possa tirarsi indietro. Tutti si aspettano la sua reazione. Qui ci vivono quattro anime e vi assicuro che questa sarà la storia da raccontare dei prossimi anni. Quindi Bruno dovrà fargliela pagare a Kit, o no? Avrà davvero visto ciò che crede? Li rivedremo ancora a scherzare come sempre?

Macché! Passano 2 mesi e del solito gruppeto nemmeno l’ombra. Al locale serale ormai si alternano senza salutarsi. Nessuno da quel momento li ha più visti assieme, anzi, sembra che Kit ci sia sempre meno. Hanno affidato infatti la gestione del loro locale ad un quarto uomo, tipo arbitro di Champion’s league, forse in attesa di capire come organizzare il nuovo asset. Tutti si chiedono dopo quella volta, che cosa sia effettivamente successo a Kit ma soprattutto alla tipa di Bruno.

Uno dei miei soliti weekend di manutenzione sulla barca torno al bar e mentre ordino un cappuccio appare Kit, visibilmente dimagrito, con i capelli sciolti e spettinati. La barba senza forma e i bafffoni senza senso. E’ da solo.

Sembra passata una vita da quando le risate e l’allegria riempiva questo locale, assieme al tasso d’invidia che gli ospiti seduti ai tavoli del bar, avevano indistintamente nei loro confronti.
“Un caffè per favore” chiede con tono deciso.
“Che cazzo avete da guardare voi?” dice digrignando i denti, guardandosi prima a destra e poi a sinistra. Gli sguardi che lo puntano si dileguano in altre direzioni, mentre lui, solo nel suo evidente abbandono, beve il caffè, lancia la moneta sul bancone ed esce senza salutare.
Lo seguo. Non so però esattamente che dire. Mi dispiace, vorrei salutarlo, chiedere come va, cosa è successo. “Scusa, Kit”
Lui si volta mentre si accende una sigaretta e mi aspetta.
“Dimmi, che vuoi? I soldi te li ho lasciati sul bancone”.
Sì, sono il padrone del bar del marina ma lo gestisce mio fratello con sua moglie.
“Non è per i soldi Kit, volevo solo sapere come stai. Non ti ho più visto qui e mi sono un po’ preoccupato.. sai, dopo quello che è successo..”

“Grazie, tutto bene. Come sicuramente sai che ho dovuto mollare il lavoro. Sono rimasto quindi senza macchina, senza i soldi per pagare l’affitto di casa ed ora anche senza una moglie, visto il casino che è successo. Ho pure gli alimenti da passare… insomma. Come cazzo sto… passerà. Quello che più mi fa male di questa storia, è aver saputo che quel gran pezzo di merda di Bruno erano anni che…” TOOONF. Un sussulto scuote la mia storia.

Un tipo che passa correndo lungo mare, urta il mio braccio che regge il libro che sto leggendo e lo fa cadere in acqua. E con il libro se ne vanno sul fondo le pagine della storia di questa vicenda.

A parte le imprecazioni che volano libere nell’aria mentre lui si dilegua fuori dalle sbarre d’ingresso non c’è altro da aggiungere… Sì, era un romanzo… E ora? Niente, rimane così. Senza una fine. Sì… tanto trionfa sempre l’amore ci dicevano da piccoli, no? O magari questa storia si complicherà perché come sempre, siamo noi.. a complicarle.

A volte però le cose accadono e basta oppure sono il giusto epilogo di un qualcosa che abbiamo deciso finisse così. I buddisti dicono che dove c’è una fine, c’è sempre un inizio. Noi in fondo siamo il risultato di ciò che vogliamo essere. Quindi che dire, nella vita sarebbe meglio concentrarsi sulle domande, piuttosto che perdere tempo a trovare sempre delle risposte per ciò che accade. Domande che ci aiutino a tirarci fuori dai guai magari, come in questa storia… quando ci si inguacchia nei drammi esistenziali.. ad esempio. Quelle insomma che dovremmo porci quando tentiamo di scappare da noi stessi, lontano dagli altri o peggio, quando ci affanniamo a rincorrere gli altri per cercare di dare delle risposte a noi stessi. Anno, dopo anno, dopo anno.

L’età in fondo non ha specchi in cui riflettersi, bensì un tempo in cui ritrovarsi. A me personalmente è capitato di trovarmi in barca per scappare da me stesso ma con il tempo ti rendi conto che ovunque tu vada.. ti ritrovi sempre di fronte a te stesso.

Lentamente ti rendi conto che il tempo, quello trascorso a riconoscerti, è l’unica via di scampo e in barca di tempo ne abbiamo davvero tanto. Se avrete mai la fortuna di provare questa magica esperienza dunque (in barca, in casa, in montagna, ovunque) usatelo per riflettere sul vostro essere e abbiatene tanta cura, non sprecatelo. Quello sarà l’unico tempo davvero di valore che avrete mai, perchè in navigazione ad esempio, sarete lontani, da tutto e tutti, nel silenzio, fuori dalla portata di qualsiasi altro impedimento… se non voi stessi. Perché ovunque mai vi troverete, in qualsiasi tempo o luogo, ricordate che l’energia và, dove và la vostra attenzione.

Se ami la vita, saidisale 😀

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