Essere o non essere: questo è lo skipper!

Quanti tipi di skipper conoscete?

Molti pensano allo skipper di una barca a vela come al maestro di tennis, di sci, di equitazione insomma, al figo abbronzato che ha girato il mondo, sexy, sfrontato e ombroso che fa girare la testa a molte donne. Sì, può essere.

Comandare un’imbarcazione però, e parliamo di vela non professionistica, quella da diporto, quella delle vacanze estive, dei weekend con gli amici o a spasso con le associazioni più o meno sportive e i loro tesserati, vuol dire qualcosa di un po’ più dell’essere figo.

Essere skipper è un po’ come essere a capo di un’azienda, solo che questa galleggia. Ci sono infatti aziende galleggianti da 10, 12 metri o anche da 100, che danno logicamente da fare in maniera diversa ma le responsabilità oggettivamente sono le medesime. Infatti il valore di una vita umana che dite, non vale su una barca da 10 metri così come su una da 100?

Non c’è infatti una responsabilità di serie A o B. Le responsabilità per uno skipper, sono responsabilità. Un po’ come dire che andare con uno scooter da 50cc a 30 km/h sia meno pericoloso che fare la stessa velocità con una moto da 1200 di cilindrata. O per assurdo che faccia meno male l’asfalto, nel caso lo si assaggiasse.

Guardia-costiera

Argomenti sul quale non ci si sofferma poi molto quando ci si prepara al conseguimento della patente in Italia ma che ricopre un importanza basilare per quella inglese. Troppi in Italia non si rendono conto delle implicazioni legali e penali che il comandante di un’imbarcazione ha, sia essa di 12 o 30 metri. Del grado di responsabilità che ha una sua valutazione o decisione durante una vacanza al mare. Tanto c’è l’assicurazione. No, non basta. Bisogna dimostrare di avere l’atteggiamento del buon padre di famiglia. E come si fa per poterlo dimostrare?

In queste ultime tre o quattro settimane, ho tralasciato un po’ il mio blog proprio perché mi sono imbattuto in questa impresa, perso prima tra i libri del RYA inglese appunto (Royal Yachting Association) e poi nell’esame per il conseguimento della certificazione Yachtmaster Offshore, finendo il mio tour tra le federe di un cuscino sempre troppo caldo, sul quale moribondo ho dato sfogo alla peggior influenza io abbia mai avuto. Sarà stato il risultato di uno sforzo fisico notevole, al quale ho affidato nell’ordine prima l’anima e poi il corpo.

La patente nautica e l’attitudine al comando

La preparazione alla patente nautica è un cammino che molti intraprendono dopo essersi bevuti decine di litri di acqua di mare e masticato anni di vela seduti su quel bordo della barca con in mano un timone a barra o a ruota. Altri invece fanno il contrario: cominciano la loro avventura nautica partendo dai banchi di scuola. E fin qui nulla di strano, questione di scelte.

Ci sono “marinai” però con un invidiabile livello di preparazione tecnica in grado di portare barche in qualsiasi condizione di mare, pur non avendo la patente nautica. Poi ci sono quelli che la fanno prima ancora di mettere piede su una barca, dimostrando ovviamente tutta la loro limitatezza una volta entrati in un porto alla ricerca di un posto barca da occupare. Sì insomma, è tutta questione di esperienza in effetti ma anche di attitudine: l’attitudine al comando. E gli inglesi questa lo vogliono vedere in barca, prima di ogni altra cosa.

La patente in fondo è solo un pezzo di carta che certifica alle autorità marittime il grado di presunta preparazione alla conduzione di un unità da diporto. Dico presunta perché poi sta a chi è al timone dimostrare ciò che è in grado di fare ma soprattutto, di non fare. Questo è il punto. Non fare cazzate prima di tutto, senza pensare di voler dimostrare in ogni modo quanto si è bravi. Qui non si tratta di dimostrare agli altri ma a se stessi. Questo è il primo vero atto di responsabilità.

Troppo spesso infatti ci si mette al timone convinti di essere imbattibili, capaci di gestire con la forza qualsiasi cosa, mentre in realtà quando siamo a mollo su una barca da 10 o 15 metri che sia, siamo solo una insignificante goccia in un grande universo di acqua salata, contro la quale nulla è fattibile se non con il rispetto, la programmazione, il cervello e la determinazione.

Skipper

Chi è lo skipper?

Chi ha meno esperienza e sale a bordo di una barca per la prima volta, vorrei capisse questo. Lo skipper non è un animatore turistico, un’amico con il quale farsi una canna o scolarsi una bottiglia di rum. Sì certo, ognuno è libero di fare anche questo ma prima di tutto è il comandante di una barca. Questo in Italia purtroppo, non viene trasmesso poi così tanto con la dovuta importanza. Non viene infuso questo senso di assoluta responsabilità che ha uno skipper una volta che ha messo piede già sulla sua passerella.

La preparazione alla patente in fin dei conti è pura didattica. Memorizzi alcuni concetti che se devo essere sincero, per certi aspetti l’RYA inglese ha addirittura semplificato, anche se nel suo insieme poi è complessivamente più articolato.

Per gli inglesi, al contrario della cultura italiana, le regole sono fondamentali, imprescindibili. Non si sgarra! La sicurezza, l’attenzione ai particolari della navigazione sono ciò che navigando nei loro mari effettivamente, fanno di un’uscita in barca un’esperienza drammatica o al contrario assolutamente divertente.

Basti pensare alle escursioni di marea che ci sono nel Solent o a Saint Malò (nord della Francia). Ai minuscoli e imbrogliati porticcioli del sud dell’Inghilterra infilati in canali d’acqua di pochi metri di larghezza, con scogli affioranti o annegati 2 volte al giorno in 30 cm di acqua di marea e quindi invisibili agli occhi o alle correnti che in alcuni casi sfiorano addirittura i 7/8 nodi di velocità.

Senza il metodo o l’approccio sapiente, tutto questo non potrebbe essere affrontato. Non in sicurezza quanto meno.

Vela-from-must

La vera differenza tra le due didattiche quindi, è quanto meno nella mentalità, nell’approccio, la visione d’insieme di un ruolo che è determinante per se stessi ma soprattutto per il proprio equipaggio. In qualsiasi circostanza lo skipper è l’ufficiale in comando, il responsabile civile e penale di ciò che capita a bordo, sia alle persone che allo scafo. Ed ovviamente a terzi. In qualsiasi momento, sempre. E a questo troppo spesso, non gli viene data molta importanza, quando invece dovrebbe essere la prima cosa.

Nulla deve essere lasciato al caso, niente deve essere dato per scontato. Tutto può sempre accadere e quando accade, l’attitudine al comando viene immediatamente smascherata. Già, perché nei momenti in cui c’è bisogno di avere a bordo un punto di riferimento, qualcuno da seguire, questo sarà proprio il comandante, quello a cui la gente si affida ciecamente, quelli di cui tutti si fidano e sanno che in qualche modo li terrà al sicuro.

Quello insomma che accade ad un padre di famiglia coscienzioso, al titolare di un’azienda o al capo di un gruppo di lavoro. La leadership o quella che gli inglesi in barca chiamano la seamanship. E’ un’attitudine, che si ha o non si ha e che nessuna patente può offrire, per tenerla nel portafogli da tirare fuori all’occorrenza.

Si possono imparare i dettagli con l’esperienza ma l’attitudine è qualcosa che cresce e si sviluppa dentro di noi anzi, fuori di noi, quando serve. E’ evidente nelle azioni che vengono svolte quando ne è richiesta la prova.

Dunque a mio avviso il bravo skipper non sarà il bello, simpatico e che sa suonare la chitarra. Sì certo, questo fa sempre piacere, anzi. L’empatia e la capacità di relazione è fondamentale a bordo e se lo skipper non la crea, diventa complicato poi creare un bel dialogo.

Vela

Quindi lo skipper cosa deve saper fare?

Lo skipper deve soprattutto avere ben chiaro il concetto di sicurezza, che viene prima di tutto, la capacità di saper fare, dire e dimostrare ciò che poi dovrà chiedere di fare. Sa muoversi in anticipo sulle situazioni, non si agita mai, ha sempre un piano B, pianifica senza programmare, comprende le esigenze di tutti assecondandole quanto possibile ma è categorico e autorevole quando deve dire “no!”. E’ un punto di riferimento e sa guadagnarsi il rispetto, senza pretenderlo.

Tutte doti che un buon padre di famiglia, il patron di un’azienda o il leader di un gruppo dovrebbero avere. E come dico sempre, la vela è una scuola di vita incredibile, a tutti gli effetti e mai come ora posso confermare che lo sia davvero.

Se volete fare vacanza in barca dunque, l’organizzazione è certamente sempre importante, i compagni di viaggio, il mare ovvio, le spiaggie, il divertimento ma ricordate una cosa, quella fondamentale. Lo skipper è quello che evita il peggio, quello che tiene il suo equipaggio al sicuro e li fa divertire sempre in sicurezza. Non è un animatore, un servo o un bamboccio con il quale farsi una scopata (anche se questo poi sarà a discrezione sua e vostra) ma soprattutto non è mai al vostro servizio ma a disposizione. Che è ben diverso. Si chiama educazione e rispetto per il ruolo e la sua funzione.

Se siete d’accordo in questo, vuol dire che saprete cosa cercare, come valutare e la vacanza sarà vi assicuro un’esperienza assolutamente indimenticabile.

Perché se conosci il tuo mare, allora anche tu saidisale.

Ciao

6 pensieri su “Essere o non essere: questo è lo skipper!

  1. Quello che scrivi è vero. Basta però dare una lettura al codice della navigazione (testo unico sia per la nautica che per l’aviazione) per aprire gli occhi sulle proprie responsabilità e “divertirsi” in modo più consapevole. Nella scuola che avevo fatto io, non lo si è mai letto. Poi con l’esperienza prima e il corso osr isaf poi, ci si rende conto di quanto spesso la formazione, didattica per convenienza, ritenga la sicurezza spesso secondaria quando solo enunciata. Non so però se affrontare l’argomento sicurezza e responsabilità a chi mette il piede per la prima volta su una barca, aiuti a renderli davvero più consapevoli.

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    1. Ciao Ste,
      purtroppo questo aspetto è un po’ troppo sottovalutato anche se ultimamente vedo sempre più corsi più o meno seri per farsi quell’esperienza “negativa” che si scongiura di fare al contrario nella realtà ma che è l’unico modo, se ci pensiamo bene, per imparare… come nella vita di tutti i giorni direi. 😉😄 Forse la consapevolezza cresce allenandola… anche in questo modo.
      Se si crede in questo, non si demorde a mio avviso. Anzi.
      Grazie per aver risposto. Il tema è serio, vasto e meriterebbe una degna attenzione.

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