Mollare gli ormeggi! Se aspetti un momento, è questo.

Quando decidi che è giunto il momento di muoversi e partire lo sai. Lo senti.

Il tempo meteorologico non conta mai in questi casi, è quello che senti di perdere se non ti muovi che prende il sopravvento. Un impeto irrefrenabile che và assecondato.

Ti senti inebriato solo all’idea che qualcosa da lì a poco cambierà ma al contempo terrorizzato da ciò che non conosci e non sai. La stessa cosa però che ti eccita.

La via di una decisione da prendere è una sola dunque: molli gli ormeggi e vai o continui ad aspettare, fermo, quello che non accadrà mai, rimandando giorno dopo giorno dopo giorno.

Te ne accorgi che è arrivato il momento quando il mattino è sempre buio, a qualsiasi ora di qualsiasi tempo o stagione. Quando al suono della sveglia non è più “pronti, via” verso una nuova giornata di conquiste ma un “ring” sul quale ci si trascina già battuti, da vinti. Un peso insopportabile dal quale non ci si riesce a liberare.

La metropolitana è un ammasso di rottami in cui ci si butta silenziosamente, un lungo serpente che scorre dentro le viscere di una terra che non scalda più.

Non si sopporta più il custode, il collega, ed il posto di lavoro è un dovere sociale e non più un piacere personale.

Il sole è troppo caldo, il freddo è troppo freddo. La pioggia bagna, i lavori stradali li fanno sempre quando passi tu e la neve è bella ma solo in montagna. In città rompe sempre le palle.

Il ritardo di un mezzo pubblico o la coda in posta diventano disservizi inaccettabili di uno Stato assente, che pensa solo agli interessi di pochi (beh, questo è vero) e le voci del vicino di casa sono decibel irrispettosi, che disturbano la tua apparente quiete. Perchè di silenzioso dentro di te non c’è più niente. Ogni pensiero urla nel vuoto cosmico nel quale cadi ogni volta che chiudi gli occhi e nel quale ti perdi, con la sensazione di cadere, sempre più giù, finchè non ci si risveglia, più stanchi di prima, al solito “ring” sul quale si è costretti ancora una volta a risalire.

Anche gli affetti di un qualsiasi liquido di grado alcolico oltre i 30 gradi non bastano più e ti senti pure stupido ad accettarlo, come medicazione di una ferita che continua a sanguinare e che brucia come spine di rubinia conficcate nella carne.

Ok basta così, penso di aver reso l’idea.

Beh, pensa invece che il sole nonostante tutto sorge ogni giorno e per ora questa è una buona notizia. Almeno, gli ultimi sondaggi lo danno per buono per qualche altro miliardo di anni. Di tempo ne abbiamo direi.

Pensa al colore di una farfalla, al volo di un aquilone, al tuo colore preferito e se non ne hai uno beh, ti dico il mio: l’arancione, anche se non mi vestirei mai di questo colore, a meno che non decidessi di diventare un monaco tibetano.

Pensa a Mr Bean e alla sua poetica sfiga o alle sorelle Kardashian e alla loro conturbante superficialità. Pensa che in tutto questo tu non hai colpe e se ne hai beh, puoi voltare pagina e riscrivere una storia nuova tutta tua, dove il protagonista salta su quella metropolitana in corsa, prendendo per le corna il grosso serpente che scorre dentro le viscere della terra, spiaccicandogli in faccia orgogliosamente l’abbonamento mensile in frantumi, che preso alla sprovvista comincia a divincolarsi fermando la sua corsa alla tua solita fermata.

Tu, tronfio e impavido, avvolgendoti nel mantello rosso di seta che finalmente puoi usare senza vergognarti, anche se non è il tuo onomastico, voli fuori, in superficie, scorrazzando tra le vie affollate come ogni sacrosanto giorno vissuto e fino al portone che ogni giorno ti ha inghiottito per risputarti davanti ad una scrivania impolverata, passando davanti al custode che hai sempre odiato e al quale oggi non esibisci il tuo solito tesserino, solo perché non ti va.

Distruggendo con un rutto epocale la porta di cristallo scorrevole entri nel tuo solito open space e fai volare in aria tutti i fogli dei progetti che non hai mai voluto vedere ma soprattutto cospargi di gelatina di fegato di merluzzo la faccia di quello stronzo del tuo collega che anni prima ti ha ciucciato la promozione, solo perché è il figlio dello zio del fratello di un figlio di puttana.

Il sole, il freddo, il caldo o la neve sono finalmente solo icone di un APP che non accendi più, assieme a quel cazzo di oroscopo che ogni giorno arrivato in ufficio ti rendi conto in fondo, non ha mai azzeccato una fava.

Salti sulla scrivania scrutando ogni sguardo si sia fissato su di te, davanti alle espressioni atterrite dei tuoi colleghi, anche quelli che sembravano simpatici e dopo una smorfia e un colpo di spallucce, voli fuori dalla finestra, alla ricerca di tutto quel pubblico da cambiare: i numeri dei mezzi, delle priorità in posta e soprattutto le lancette di ogni fottutissimo orologio.

Soddisfatto finalmente della tua prima giornata da supereroe, torni a casa e sulle note assordanti di Back in black degli ACDC fai un foro nel muro che confina con il tuo vicino di casa per rovesciargli tutto il tuo fastidio sul pavimento, mentre lui attonito cerca di liberarsi da un senso di colpa dentro il quale lo costringerai a vivere per il resto dei suoi giorni.

Se fino ad ora non hai ancora cercato di capire se sono io più fulminato di te che stai leggendo. Se stai cercando una rotta da seguire e un tempo per mollare gli ormeggi, credo sia arrivato il momento di chiudere questo libro per aprirne un altro, dove tutte le pagine sono bianche e il cui titolo è: non c’è una fine, se mai si inizia!

Questo è il momento di mollare gli ormeggi allora, stabilire una nuova rotta, aprire le vele e lasciarsi finalmente trasportare dal vento caldo di un nuovo giorno tutto da inventare. E’ il vero senso della nostra storia. Perché se hai lo spirito giusto e sei in grado di non prendere tutto troppo sul serio ma soprattuto, se conosci il tuo mare, beh amico mio, allora saidisale!

Ciao, buon vento!

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