In barca con i miei figli? Mai!

Chi lo ha detto che per andare in barca a vela bisogna avere esperienza e soprattutto chi ha detto che le famiglie non possano godere serenamente con i propri figli, di un’esperienza così?
La barca è pericolosa, costa, spruzza, puzza, bagna, scalda, sbanda, stramba. E’ grande, è piccola, i figli devono essere grandi ma ora sono piccoli e il mal di mare? La spesa, oh che disagio, c’è il mare, il sole, la terra, non so, ci sei o ci fai? Ma valà sono stanco, stanca, il cell non prende, dov’è, che fa, vieni qui, vai là …stoooop! Tutte pippe. Quelle ovviamente solo da adulti.
E’ tutto molto più semplice. Credetemi. Se mi posso permettere. Tanto ormai l’ho detto.

Vi faccio un esempio.

Questa estate ero in flottiglia, Grecia, alle Cicladi. Parlo di tante barche, quelle che “azz che casino”, quelle che fanno oltre che vela anche serate all’insegna dei decibel e dell’alcool. Beh, tra queste una aveva a bordo anche una famiglia con una piccola di meno di 2 anni. Spettacolo!
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No no, non erano fuori di testa, anzi. A mio avviso erano, sono, molto avanti, nel modo di vedere e vivere la famiglia.
Certo, non tutti la vedono allo stesso modo e questo non vuol dire non siano avanti allo stesso modo o di più. In fin dei conti quel che conta è l’esperienza di vita che si fa e si vuole trasmettere ai propri figli. Ed è questo che in fin dei conti fa la vera differenza. Che tu sia in barca o in un museo. Certo non chiuso in casa, davanti la TV o un videogame.
Se un padre è sempre stanco, statico, incarognito con il mondo e se stesso, indubbiamente non sarà certo proattivo, partecipe e ben disposto nei confronti di suo figlio. Se la mamma è maniacalmente apprensiva e vittima di se stessa, difficilmente saprà comprendere i limiti invalicabili oltre i quali il rapporto genitore/figlio perde di valore.
Voi direte: “…ma che cazzo ne sai tu che non hai figli?”
Mah sì, è vero. E non dico altro, perché ad una domanda del genere, risponderei per le rime. Dico però che io non ho figli, è giusto, ma sono figlio a mia volta. Così come ogni genitore lo è stato. Così come lo sono stati i miei di genitori, che ai miei occhi ad un certo punto non erano più i supereroi che pensavo fossero.
Esseri umani, così come i figli, con i lori pregi e difetti, i loro dubbi e le loro paure. Come i loro figli. Ridono, piangono e sognano così, come i loro figli.
Troppo spesso questo ce lo si dimentica per tenere apparentemente il controllo, quando invece quel che più conta (per un figlio) è la loro parte umana, la sensibilità, la capacità di saper esternare i propri limiti riconoscendoli coscienziosamente e responsabilmente. Soprattutto serenamente.
Questa è la vera capacità di essere genitori a parer mio. Saper accettare se stessi anche nei propri limiti ed errori. Senza mai arrendersi e soprattutto, senza mai dimenticarsi ciò che mancava o si aveva quando si era “figli”. Pur facendosi un culo così per tirare a fine mese o per i più fortunati e capaci, arrivare a sera dopo innumerevoli riunioni o viaggi di lavoro, senza il problema del fine mese.
Non ho figli ma ho sofferto certi passaggi della mia vita, così come tuo figlio. Ho sofferto la mancanza di affetto o della presenza della figura di un padre (ad esempio), così come potrebbe essere per tuo figlio. Mi sono perso alcune tappe, bruciate o mancate solo perché il conflitto interiore di un genitore è stato più forte dell’amore che provava per il proprio figlio.  Quindi: “cosa cazzo ne so io?”. Ne so, ne so. Quanto te!
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Non dirmi quindi che svegliarsi di notte perché tuo figlio ha fatto un incubo o deve mangiare, cacare, pisciare, vomitare dopo un party, studiare per il compito di geografia o l’esame di maturità, andare ad una festa senza sapere come vestirsi, scegliere le parole o i modi per difendersi da un prepotente, accompagnarlo a calcio, basket, inglese o religione dopo 9 ore di lavoro, recuperarlo al dopo scuola, a messa, all’oratorio, a casa di un amico, rincorrendolo giù in cortile o per la strada perché ha spaccato le corde della tua Gibson senza avvisare, ti renda un padre migliore, di me.
Io non c’ero quando tuo figlio ha vomitato la prima volta che si è preso una sbornia o quando ha detto “papà”. C’eri tu. Non c’ero quando lo hai sentito piangere nella sua camera perché Claudia gli ha detto che non se ne parlava proprio. E potrei continuare per ore ma solo per dire che io non c’ero come padre ma c’ero, come figlio.
Quindi se sono stato figlio ed ho saputo crescere in questa esperienza, posso magari sapere cosa vuol dire essere padre, pur non essendolo, perché so ciò che avrei voluto io, per me, da figlio.
Da qui a dire che sarei in grado di esserlo ovviamente è un altro mondo ma quanto meno, posso avere la sensibilità per capirlo?
La sottile linea che separa me da un padre, è uno stato di famiglia, l’abbraccio rassicurante tornato a casa dopo una giornata di lavoro e una letterina inaspettata in cui leggere: “la mia casa, è dove c’è mamma e papà”!
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Quindi, se pensi che la famiglia sia un bel gioco di squadra, dinamico e stimolante. Che mamma e papà siano esseri umani come i loro figli, capaci di intendere, volere e sbagliare, come loro, gustandosi però liberamente e serenamente il viaggio che si fa attraverso la vita con loro e per loro, vuol dire che siete pronti per la barca a vela. Che il grado di inclinazione non farà la differenza, quanto più invece il grado di soddisfazione che farà di un’esperienza del genere, un vero momento di vita vissuta. Assieme.

Video di repertorio, per rimanere affascinati da quanto si può fare ma soprattutto imparare, per mare. Gentilmente segnalato dall’amico di penna Sandro Zingoni.

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