C’è chi ci crede!

Mentre scrivo sono nel pozzetto di un 50 piedi (moltiplica per 0,30 ca. se vuoi sapere a quanti metri corrisponde), al buio, in silenzio, da solo, senza una birra, del vino né un amaro.
Cos’è il pozzetto in una barca a vela? E’ quello dove si sgocciola ovunque dopo aver fatto il bagno. Dove si appoggiano creme, asciugamani, libri, occhiali, telefoni, pinne, maschere, sempre nei posti più improbabili. Dove lanci ciabatte, perdi briciole, fai cadere acqua, birra oppure olio nei casi più gravi e qualsiasi altra cosa cosa cada dal tavolino dove si mangia, si beve, si gioca a carte.
Il pozzetto è il luogo dove si chiacchiera a lume di candela o alla luce di un led e dove si canta una canzone, si parla del più e del meno pensando che sia la vita migliore si possa fare ma che poi alla fine non si fa mai. Dove si prende il sole e dove si cerca ombra quando il tendalino è aperto.
E’ un pozzetto accogliente, spazioso ma con niente di anche parzialmente alcolico. Ho solo dell’acqua, dannatamente fresca, salutare, per dissetare questo stato di veglia fastidiosamente cosciente, molto diverso da quello che avviene in barca, quella che usualmente faccio quando sono con amici o in flottiglia.

Unica bottiglia a portata di mano è quella del lurido, in cui ci annego le sigarette. Sì lo so, non è un’immagine poetica ma la realtà và ritratta per quella che è.

Sono ormeggiato in rada e per chi non sa cosa vuol dire fare rada, gli basti sapere che nemmeno 2 ore fa una palla rosso fuoco si imbucava dietro il Poggio, lungo il promontorio che porta a Marciana Marina. Ora il cielo è cosparso di leggere pennellate porpora, mentre le ombre cominciano ad avvolgere ogni forma riconoscibile a occhi nudi, lasciando spazio alle centinaia di luci a terra, sul mare e lungo l’orizzonte.
Galleggio, su un mare ormai blu notte, quasi nero, illuminato solo dai riflessi capricciosi di una luna piena, distesa su un mare in balia della depressione che staziona da qualche giorno a nord della Corsica. Si dondola, ma è gradevole, conciliante.
La rada è quella di Procchio, all’Elba. Pochi metri sopra di me vedo una piccola costellazione fatta di tante lucine dondolanti, quelle di fonda delle poche barche ormeggiate vicine. Si accendono quando si ormeggia qui, in mezzo alla natura, per far sapere a chi sopraggiunge che hai filato ancora e vicino a te probabilmente ce ne sono altre.
Il vento di sud-ovest porta con se le risate di quelli alla mia destra, confuse tra le note di “as time goes by” di un localino sulla spiaggia.
Sto aspettando che rientri il tender con a bordo un bambino di quasi sei anni, uno di quattordici, due di dodici, uno di diciassette e una coppia di “sposini” al loro secondo giro. Hanno deciso così, di godersi il viaggio intrapreso condividendolo con figli, figliocci e nipoti in giro per il Tirreno. Sono a terra, per un fritto, un gelato, per i piedi nella sabbia e il sale sulla pelle. Si divertono, giocano, scherzano, viaggiano, con la testa e con lo sguardo. Raccontano storie, pescano, dormono, si rilassano. Quasi una settimana di piacere, dopo averne fatta un’altra in catamarano più a sud, viaggiando assieme per gustarsi un viaggio che solo la felicità negli occhi dei più piccoli può ricompensare di ogni sforzo affrontato per organizzare tutto questo.
Li accolgo a bordo, si sistemano, mi raccontano ridendo cosa è successo. Li saluto con un sorriso, vado a letto, domani mattina vorrei salpare presto. Sono felice ci siano delle persone, professionisti, imprenditori che sappiano offrire questo ai loro piccoli, perché forse sanno cosa vuol dire vivere o perché hanno la possibilità. Sta di fatto che sono assieme. Le luci si spengono. Unico rumore l’acqua che sbatte sullo scafo, tutto il resto l’ho bloccato per non disturbare questo magico momento. A questo conciliante silenzio per fortuna, c’è chi ci crede ancora.

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